8 settembre 1943
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Amos Pampaloni. Cefalonia


Il nome della divisione “Acqui” è ormai consacrato nella storia, e l'epopea di Cefalonia è umanamente ritenuta la pagina più tragica ed eroica dell'ultima guerra: quattrocento ufficiali e quattromila soldati hanno donato la loro vita e bagnato col loro sangue la terra di Grecia. [...] Essi sono stati i primi Italiani che nel settembre del 1943 si sono opposti eroicamente ai Tedeschi ed hanno impugnato le armi colla volontà di lottare fino al sacrificio estremo, sebbene fossero consapevoli che la lotta era disperata perché difficilmente sarebbero arrivati aiuti dalla patria lontana o dagli Anglo-Americani. Ricordo con profonda commozione l'entusiasmo delle febbrili giornate che dal 9 al 12 settembre precedettero i combattimenti : ufficiali e soldati che fino allora erano stati costretti ad una guerra impopolare ed assurda avevano trovato la strada ed erano uniti come non mai, decisi a difendere le loro armi a qualunque prezzo ; nei capisaldi, negli accampamenti era un fervore di opere e si udivano cantare gli inni di Mameli e di Garibaldi. [...] L'8 settembre 1943 il presidio di Cefalonia era composto, secondo quanto mi risulta, di circa dodicimila Italiani della divisione “Acqui” e circa tremilacinquecento Tedeschi, di cui duemilaseicento nella penisola di Lixouri e circa seicento alla periferia di Argostoli, con quattordici o quindici pezzi di artiglieria semoventi. La notte fra l'8 e il 9 i comandi superiori ordinarono alle batterie ed ai battaglioni di avvicinarsi alla città di Argostoli quale “misura preventiva nel caso che i Tedeschi avessero manifestato intenzioni ostili nei con-fronti degli Italiani”. Verso le ore nove del 9 quattro ufficiali di fanteria del 3° battaglione del 317°, che si trovava accampato poco lontano, si presentarono nel mio caposaldo per informarmi che il comando della divisione stava per impartire l'ordine di consegnare le armi ai Tedeschi e per sentire che cosa ne pensavo. Mi sembrava impossibile che venisse dato tale ordine, comunque assicurai quegli ufficiali che gli artiglieri della prima batteria, di cui conoscevo i sentimenti e le virtù militari, sarebbero piuttosto morti vicino ai loro pezzi; feci rapporto agli ufficiali ed ai sottufficiali della batteria per metterli al corrente della situazione ed ordinai di puntare i pezzi sui seguenti obbiettivi: comando tedesco di Argostoli; polveriera tedesca; rimessa pezzi semoventi; curva della strada proveniente da Cardacata. [...] L'11 la situazione nell'isola di Cefalonia era molto tesa ; per quanto non venisse reso noto ufficialmente, tutti i soldati sapevano che era pervenuto al comando divisione l'ordine da parte dei Tedeschi di consegnare le armi o di combattere al loro fianco: la maggior parte degli Italiani, specialmente gli artiglieri, non era disposta a consegnare le armi ne a combattere con i Tedeschi. Il comandante la divisione, generale Gandin, fece rapporto dei cappellani militari e questi lo consigliarono di evitare ad ogni costo atti di guerra - fece quindi un consiglio di guerra di tutti i comandanti di corpo, ma solamente il colonnello Romagnoli, comandante l'artiglieria, si oppose alla consegna delle armi. Intanto un tenente colonnello del comando divisione (consigliere nazionale fascista) girava in automobile presso tutti i reparti della periferia dell'isola incitando i soldati a “non scaldarsi la testa”, a “cedere le armi ai Tedeschi anche perché - egli mentiva - la maggior parte degli artiglieri aveva già deciso di consegnare le armi pesanti e non avrebbero sparato un solo colpo”. II 12 mattina un tre alberi italiano tentava di uscire dalla baia di Argostoli, ma un pezzo semovente tedesco sparò intimando il ritorno ; telefonai subito direttamente al comandante il reggimento (il comandante del gruppo non mi dava affidamento per il suo atteggiamento passivo) chiedendo l'ordine di sparare su chi sparava contro la bandiera italiana, il colonnello mi invitò alla calma e mi disse di recarmi subito nel suo ufficio dove cercò di rasserenarsi confermandomi che il comando di divisione stava orientandosi verso la decisione di non cedere le armi ai Tedeschi, anzi, aggiunse, le ostilità avrebbero dovuto iniziarsi dopo poche ore. Verso mezzogiorno infatti venne telefonato di “stare all'erta” ed ordinai ai serventi di andare ai pezzi ; poco dopo si presentarono nel mio caposaldo (che era a cavaliere della città e del golfo di Argostoli), provenienti dai mezzi navali che si trovavano nel porto, il tenente Gentiluomini e molti marinai con tre mitragliere da 20 mm. e mitragliatrici Breda: tutti pieni di entusiasmo e pronti a combattere contro i Tedeschi. Nelle prime ore del pomeriggio un ufficiale di un'altra batteria, il tenente Apollonio, mi telefonò che aveva saputo che a comando reggimento “non c'era ormai più nulla da fare perché il comando divisione aveva concluso le trattative con i Tedeschi accettando, di consegnare le armi”. Decidemmo di andare subito al comando di divisione per vedere quale era la verità. Nei corridoi del comando vi erano molti ufficiali che commentavano la decisione presa, e la maggior parte dimostrava vivo disappunto. Io ed il tenente Apollonio ci presentammo dal generale Gherzi, comandante la brigata, e vi trovammo anche il colonnello Romagnoli; esprimemmo tutto il nostro vivo stupore e la nostra indignazione per la decisione presa in contrasto col volere della maggior parte dei soldati e dei comandanti di reparto, insistemmo nel confermare che tutti i nostri artiglieri si sarebbero ribellati, confermammo che un tale ordine non poteva essere eseguito perché veniva da noi giudicato un “tradimento”: quando pronunziai questa parola il generale Gherzi mi richiamò duramente all'ordine, mi intimò l'”attenti” e mi proibì di continuare in quel tono. Intanto il colonnello Romagnoli, seduto in un angolo sopra un tavolo, con la testa fra le mani, dimostrò più volte la sua solidarietà riaffermando fra l'altro che, unico fra tutti i comandanti di corpo, aveva dichiarato di non accettare la grave decisione ed aveva chiesto che fosse messo a verbale il suo punto di vista. Poco dopo, accompagnati dal generale Gherzi e dal colonnello Romagnoli, siamo andati a rapporto dal generale Gandin: due capitani - io ed un ufficiale di fanteria del 317° (uno degli ufficiali che era venuto nel mio caposaldo il 9 mattina) - e due tenenti, il tenente Apollonio ed il tenente Ambrosini che comandava un'altra batteria del 33°. Il generale Gandin cercò di convincerci che ogni atto di guerra non avrebbe avuto per gli Italiani un risultato positivo perché i Tedeschi sarebbero stati rafforzati dagli uomini provenienti dalla terraferma e l'aviazione ci avrebbe sopraffatti ; confermò che in tutta la Grecia erano state deposte le armi; disse che nessun aiuto ci sarebbe certamente pervenuto dalla patria lontana o dagli Anglo-Americani; pallido, traspariva in lui tutta la tremenda responsabilità di inviare le proprie truppe ad una lotta impari ed insostenibile. Ma tutti noi confermammo che per i nostri soldati non vi erano che due vie, o andare con i Tedeschi o andare contro, ma la terza via, quella di consegnare le armi, era fuori dei nostri sentimenti di onore. A conclusione del lungo e penoso rapporto, il generale promise di riaprire le trattative con i Tedeschi per cercare di ottenere che ci lasciassero tutte le armi in attesa del rimpatrio, riuniti in un'ampia zona dell'isola ; ci chiese di non prendere iniziative, ma mentre tutti promisero, io mi sentii costretto a dire che non potevo impegnarmi perché le trattative duravano da troppi giorni e potevo soltanto promettere - come uomo e come ufficiale -- di non prendere iniziative se non assolutamente giustificate. Nel frattempo gli artiglieri delle nostre batterie erano eccitatissimi perché ritardando il nostro ritorno temevano che ci avessero arrestati ; quando raggiunsi il mio caposaldo trovai che i serventi, di loro iniziativa, avevano puntato i pezzi sul comando di divisione e il sottocomandante tenente Tognato aveva dovuto adoprare tutta la sua autorità per impedire atti intempestivi. Radunai la batteria e misi tutti al corrente della situazione, raccomandando la calma ; mentre parlavo arrivò il comandante del gruppo il quale, avendo saputo della mia iniziativa di andare dal comandante di divisione senza dire nulla a lui, mi investì urlando in malo modo, deplorando la mia condotta, ed affermando che, normalizzate le cose, sarei stato messo sotto processo! Stavo pazientemente ascoltando i suoi rimproveri quando un mio artigliere, esasperato dal vedere il suo capitano così ingiustamente umiliato di fronte a tutti i suoi soldati, preso il moschetto per la canna, dette un colpo in testa al tenente colonnello che stramazzò sorretto dal tenente Gardenghi che lo accompagnava.

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